Resipiscenza ed ecologia dell’azione


Qualche giorno fa, spulciando tra i miei vecchi libri dell’Università, ho avuto modo di rileggere un interessante capitolo che riecheggiava all’ecologia dell’azione.

Questo bellissimo concetto partorito dalla mente di Edgar Morin, che ritengo sia ormai candidato al titolo di eponimo per le future generazioni di sociologi, è secondo me, quanto più di immanente in questo periodo storico della società italiana.

Morin dice che, quando un’azione viene decisa e messa in atto, questa non segue necessariamente il progetto di chi l’ha pensata, ma si modifica a seconda dei contesti nei quali si realizza e può avere esiti inaspettati. Per questo, dice il filosofo sociologo, è sempre importante fare attenzione alle scelte che si fanno, tenendo conto del fatto che ogni azione è una scommessa, che va controllata mettendo in atto una strategia, per poter prontamente intervenire sulla stessa azione, cercando di riorientarla al fine di avere un esito positivo.

Purtroppo, i fatti quotidiani, ci dicono esattamente il contrario. Nessuno o pochi controllano le proprie azioni e specialmente chi ha l’obbligo (quantomeno) morale di farlo, parlo di persone autorevoli e che ricoprono incarichi le cui azioni hanno effetto sull’intera società.

Viviamo in una società multimediale, dove subiamo il bombardamento diuturno di informazioni di vario tipo. Le informazioni che riceviamo noi ogni giorno, sono pari a quelle che i nostri nonni forse ricevevano in una intera vita e questo può avere un doppio effetto negativo: da una parte troppa informazione ci rende indecisi e non permette la possibilità di approfondimento, rischiando di dare per scontato che l’autorevolezza della fonte (televisione, internet e cinema ormai sono ritenuti tali) legittimi anche la veridicità della notizia, da un’altra parte, tutto ciò che viene veicolato dai media, ha ormai assunto una veste scenografica e spettacolare con ambizione mitopoietica, che non favorisce certo l’ecologia dell’azione. L’azione viene mirata soprattutto al raggiungimento dell’effimero effetto mediatico e popolare, a dispetto dell’importanza dell’azione stessa e dei risultati che vengono prefissati.

Da questa riflessione, ne scaturisce immediatamente un’altra, molto più preoccupante e che a me personalmente provoca uno stato d’animo negativo.

La paura dell’impopolarità o del giudizio mediale, corrompe gli animi di molte persone, portandoli ad una sorta di apostasia con comportamenti di Paretiana memoria, illogicamente mirati ad ottenere il contrario di quanto voluto purché sembrino almeno popolari e quindi vendibili.

Per questo ogni giorno assistiamo a scene pietose, politici che cedono a pressioni e favoriscono o addirittura attuano comportamenti illeciti o poco chiari, insegnanti che si regolano in base agli umori dei genitori o degli stessi discenti, imprenditori che si adeguano alle richieste dei clienti, anche a costo della sicurezza dei propri dipendenti o delle opere che stanno per seguire ecc.

Sembra che a nessuno interessi il futuro o almeno che nessuno tema le conseguenze delle proprie azioni, ne metta in atto qualche strategia per riportarle sulla via giusta al fine di ottenere un risultato positivo in termini di benessere sociale.

La paura dell’impopolarità, porta inevitabilmente alla ricerca continua di alibi in forma parossistica e sinceramente, a mio parere, patetica.

Pochi hanno ancora il coraggio di prendere decisioni, impopolari ma giuste e questo sta portando la società in un baratro morale, una confusione che non giova a nessuno, neanche all’informazione che ottiene un effetto contrario. Il cittadino, fruitore dell’informazione, è sempre più disorientato, approssimativo, non approfondisce e non discute, con la negativa impressione che tanto, la verità o la cosa giusta non interessa a nessuno…forse proprio perché è impopolare! Questo potrebbe comportare un effetto boomerang, anche e soprattutto, per gli stessi sistemi mediatici e mediali, con una sorta di annichilimento della stessa informazione.

Credo che nell’attuale situazione, un atto di resipiscenza di ognuno, gioverebbe a tutta la società, per tornare ad essere più altruisti e generosi nelle cose di tutti i giorni, riportando in auge quell’antica onestà d’animo che ha caratterizzato i nostri padri fondatori e che sono fermamente convinto, sia ancora parte dell’imprintig di ogni italiano. Ecologia dell’azione per un ecologia morale che ci permetta di tornare ad essere Italiani!

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Scomparsa di persone con malattia di Alzheimer: le strategie di ricerca.


 

Di Francesco Caccetta[1]

 

 

 

Troppo spesso si sente parlare di anziani spariti da casa e, il più delle volte, la notizia viene accompagnata dalla precisazione “soffre di Alzheimer”…

 

Queste scomparse, a volte culminano con il ritrovamento del cadavere del poveretto di turno che non è stato tratto in salvo in tempo.

 

Gli studi del settore, specialmente quelli svolti in America, hanno dato modo di riscontrare che, gli anziani malati di Alzheimer che si smarriscono, hanno più probabilità di restare in vita, quanto è più veloce e precisa la ricerca.

 

La malattia di Alzheimer (AD) è la malattia che provoca demenza, una sindrome caratterizzata da una progressiva perdita di memoria, confusione, irritabilità e aggressività, sbalzi di umore, difficoltà nel linguaggio e progressive disfunzioni sensoriali. L’Alzheimer Association (U.S.) stima che attualmente ci sono più di 5,4 milioni di persone affette da questa grave malattia e prevede che il numero possa addirittura raddoppiare entro il 2050[2].

 

La perdita di memoria, l’incapacità di pensare chiaramente, di riconoscere persone o luoghi o altri oggetti familiari, spesso porta la persona affetta dalla malattia, ad agire in modo irrazionale, nelle situazioni che la maggior parte delle persone considererebbe normali, rendendola particolarmente soggetta a rischio di scomparsa.

 

Una volta che la persona si è persa, questi deficit possono causare una grande confusione e di conseguenza l’incapacità di capire dove si trova in quel momento e ritrovare la strada di casa, anche in luoghi familiari. L’incapacità di ricordare il proprio nome e l’indirizzo di casa, unito alla tendenza a fare errori di giudizio, sono le cause che mettono in pericolo di vita queste persone.

 

Bisogna rendersi conto che questo può accadere ad un anziano con una malattia conclamata ed accudito, che per qualsiasi ragione si allontana dal suo caregiver, ma anche ad un anziano, apparentemente sano, che improvvisamente inizia ad avere i sintomi della malattia, magari mentre è alla guida della sua autovettura e lontano da casa.

 

La scomparsa di queste persone, richiede pertanto un immediato intervento da parte dei ricercatori che andranno ben istruiti sul da farsi, perché è importante ricordare, che non è come cercare una semplice persona smarrita, perché si ha a che fare con una persona che ha comportamenti irrazionali e che molto probabilmente non offrirà la sua collaborazione per farsi trovare, neanche se un soccorritore gli passerà a pochi metri…

 

E’ importante che tutti i cittadini sappiano questo particolare, in quanto non solo i ricercatori, ma anche qualsiasi persona che passeggia potrebbe salvare la vita di un malato di Alzheimer se conscia dei pericoli che questi poveretti rischiano quando si perdono, semplicemente chiamando i numeri di emergenza, segnalando quello che secondo loro è un caso a rischio.

 

Credo per questo, che siano necessarie alcune informazioni importanti, per aiutare le squadre di soccorso organizzate dagli enti preposti (Comune con la Protezione Civile, Forze di Polizia e gruppi di volontari) e per tutti gli altri cittadini che potrebbero imbattersi in una di queste persone, al fine di rendere più efficaci le ricerche ed il soccorso.

 

E’ bene, innanzitutto sapere, che le persone malate di Alzheimer che si perdono, sono solite entrare in aree appartate e naturali come i boschi e rimanervi a volte fino alla morte. Come abbiamo detto, i comportamenti possono essere irrazionali, arrivando anche a non riconoscere una persona in uniforme come utile a loro in quel momento e non riuscire a chiedere aiuto.

 

Negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti d’America, sono stati fatti importanti progressi e molti dipartimenti di Polizia, adesso nei loro codici di servizio, non classificano più questi casi come “persone scomparse” ma come “individui in pericolo” e di conseguenza, hanno capito che queste situazioni vanno affrontate velocemente, perché ogni ritardo o errore, significa aumentare le probabilità di trovare la persona ormai deceduta.

 

Negli ultimi 10 anni, in America, Rowe[3] e il suo team di ricerca hanno condotto una serie di studi che hanno fornito alcune informazioni importanti per le forze dell’ordine, queste informazioni tenterò di riassumerle qui di seguito.

 

 

 

Le decisioni, le azioni, e la capacità di chiedere aiuto per gli individui con il morbo di Alzheimer, che da ora definiremo AD (Alzheimer Disease= malattia di Alzheimer) sono gravemente compromesse, e alcune tecniche di ricerca sono fondamentali per localizzare queste persone rapidamente.

 

Come si comporta il soggetto con AD che si smarrisce?

 

• non chiede aiuto, spesso non si rende neanche conto che si è perduto;
• non risponde ai ricercatori, anche a coloro che sono nelle immediate vicinanze e lo chiamano per nome;

 

• alcuni si isolano o si nascondono tendendo a rimanere isolati fino a che non vengono ritrovati, vivi o morti;
Quali sono i posti in cui cercare il soggetto AD smarrito?

 

  • In base alle ricerche effettuate negli ultimi anni, si può ragionevolmente presumere che, tra coloro che sono usciti a piedi, la stragrande maggioranza (oltre il 90 per cento dei casi), continua a camminare nella strade del suo quartiere o nelle immediate vicinanze della zona dove è stato visto l’ultima volta (PLS= place last seen)[4].
  • Quasi il 90 per cento si troverà all’interno di un raggio di 5-8 chilometri, con circa il 40 per cento entro 2 chilometri dal PLS[5].

 

 

 

I luoghi dove andrebbero cercati e dove più spesso vengono trovati, sono in ordine decrescente:
• i loro stessi quartieri;
• fermi in piedi o seduti, o camminando per le strade o autostrade;
• in ospedali o nei pronto soccorso.

 

Questi risultati evidenziano l’importanza sia di una celere comunicazione dello smarrimento ai numeri di emergenza 112 e 113, sia la necessità che le centrali operative di polizia, dispongano le ricerche delle pattuglie entro un raggio di 5-8 chilometri dal PLS.

 

Mentre la maggior parte degli individui vengono trovati durante le ore diurne, circa un quarto viene invece rintracciato durante la notte, questo dimostra l’importanza di continuare la ricerca durante le ore notturne.

 

C’è una tendenza di alcuni individui di nascondersi, appartarsi in modi imprevedibili e pericolosi, dove un adulto sano di mente non si sognerebbe mai di andare.

 

Le percentuali derivate dagli studi americani, dicono che quasi il 90% dei soggetti malati di AD, vengono ritrovati in aree naturali come i boschi, i campi, fossati, dirupi, o parchi, e ancora, nelle strutture abbandonate e perfino dentro gli armadi di casa.

 

Una volta in questi luoghi, le persone spesso si nascondono ulteriormente coprendosi o strisciando in spazi ristretti come cespugli in aree naturali o intercapedini in strutture edilizie magari in cantieri o case in costruzione.

 

Purtroppo spesso rimangono lì, isolati e nascosti, finché qualcuno non li trova, o purtroppo finché non arriva la morte per varie ragioni spesso naturali, ipodermia ecc.

 

Per questo, ribadisco, è importante che le ricerche vengano da subito condotte bene e velocemente, perché le statistiche ci dicono che il 50% delle persone che non vengono trovate vive entro le 24 ore, purtroppo possono morire.

 

La strategia di ricerca più efficace è quindi la ricerca a piedi! Gli studi hanno dimostrato come la maggior parte degli individui smarriti, vengono ritrovati a piedi, o da un ricercatore, o per segnalazione di qualche cittadino che avvisa le Forze di Polizia.

 

Anche gli elicotteri ed i cani da ricerca sono spesso utilizzati, ma sono raramente utili al rintraccio. Gli elicotteri possono ottenere un discreto successo solo nei primi momenti della scomparsa in quanto a mezzo della tecnologia per il rilevamento del calore si può ancora individuare il soggetto, ma come è noto, un soggetto adulto si raffredda rapidamente e quindi la tecnologia non aiuterebbe più in questo senso.

 

Da sfatare il luogo comune che vede come importante per la ricerca, le informazioni date dal caregiver, ossia la persona che si prendeva cura del malato di AD, che sia un parente o una badante. In alcuni casi, loro tendono ad indirizzare le ricerche su qualche luogo familiare alla vittima, qualche precedente abitazione o un vecchio posto di lavoro, ma come abbiamo visto prima, trattandosi di comportamenti irrazionali, il malato di AD potrebbe essere ovunque e quindi bisogna evitare di perdere tempo con ricerche dettate da logica o deduzione, che presumono comportamenti razionali.

 

Un ultimo pensiero, pur conscio di non avere esaurito completamente l’argomento,
vorrei dedicarlo alla figura del caregiver, colui che si dedica al malato di AD e lo accudisce tutti i giorni con pazienza e sacrificio. Per queste persone, lo smarrimento del loro assistito, che sia un parente o meno, è psicologicamente provante. Bisogna quindi spiegare a queste persone, che l’allontanamento del malato di AD non è determinato da una negligenza o scarsa cura del badante, ma da un deficit mentale proprio della malattia e non riconducibile a responsabilità dirette di chi lo accudisce, che nella stragrande maggioranza dei casi, aveva visto il malato appena dieci minuti prima della scomparsa.

 

È importante che le forze dell’ordine assistano il caregiver, consigliandolo su come attivare una serie di strategie suppletive, per aiutarlo ad avere maggiore controllo del malato di AD, suggerendo ad esempio di rivolgersi alla ASL di competenza per farsi indicare qualche associazione che aiuta sia i malati, sia chi si occupa della loro assistenza.

 

Riassumendo, possiamo dire che, in caso di scomparsa di una persona malata di AD, è importantissimo la velocità di comunicare i fatti alle Forze di Polizia, che si adopereranno ad iniziare al più presto possibile le ricerche, al fine di impedire che la persona scomparsa possa arrivare in aree isolate dove è più difficile il rintraccio e di conseguenza più probabile la morte.

 

La ricerca iniziale si dovrebbe estendere inizialmente tra i 500 metri ed un chilometro di raggio dal PLS. In particolare, tutte le aree raggiungibili entro un raggio di un chilometro dovrebbero essere battute a piedi, privilegiando le case vicine al punto di smarrimento e le loro pertinenze, l’interno di edifici facilmente accessibili, e una rapida ricerca di strade, autostrade e sentieri, ponti (sotto), capanni ecc.

 

Pretendere che il caregiver o altro familiare, rimangano in casa e telefonicamente reperibili, per essere subito contattati al momento del rintraccio della persona smarrita che andrà subito riportata nella propria abitazione.

 

Diffondere in brevissimo tempo la notizia della scomparsa a tutto il vicinato e dove è possibile a tutta la comunità limitrofa al posto dello smarrimento, con tutti i mezzi disponibili (anche social network).

 

Se le ricerche nel raggio di un chilometro non sono produttive, bisognerà estendere le stesse fino a 5-8 chilometri di raggio dal PLS.

 

Giova comunque ricordare che, quasi il 90% delle persone con malattia di  Alzheimer smarrite, sono state trovate (anche morte) entro un chilometro dall’ultimo avvistamento, e quindi resta fondamentale pianificare la ricerca in modo che ogni centimetro di spazio naturale sia stato ispezionato a piedi, perché come già detto, questi individui riescono a nascondersi bene e purtroppo, l’esperienza dei ricercatori, insegna che quando il corpo senza vita di una persona smarrita  (con AD) viene rinvenuto, spesso era in una zona già battuta dai ricercatori, che magari gli erano passati accanto senza vederlo.

 

Poiché il rischio di morte è alto e, come si è detto, i comportamenti di persone perse con AD sono irrazionali, credo sia fondamentale adottare una specifica e sperimentata metodologia di ricerca, con un addestramento ad hoc di ricercatori e Forze di Polizia.

 


[1] Dott. Francesco Caccetta Luogotenente dei Carabinieri, laureato in Scienze per l’investigazione e la sicurezza, Grafologo della consulenza peritale, Master in Antropologia Filosofica e Forense, Criminologia e tecniche investigative avanzate.

[2] Definizione tratta da: “2011 Alzheimer’s Disease Facts and Figures,” Alzheimer’s and Dementia 7, no. 2 (March 2011): 208–244.

[3] Meredeth Rowe et al., “Missing Incidents in Persons with Alzheimer’s Disease: Current Research and Search Strategies,” The Police Chief 78 (November 2011): 66–70.

[4] Tony Hope et al., “Wandering in Dementia: A Longitudinal Study,” International Psychogeriatrics 13, no. 2 (2001): 137–147.

[5] Meredeth A. Rowe and Judith C. Glover, “Antecedents, Descriptions, and Consequences of Wandering in Cognitively-Impaired Adults and the Safe Return (SR) Program,” American Journal of Alzheimer’s Disease and Other Dementias 16, no. 6 (November/December 2001): 344–352, http://con.ufl.edu/dementia/ajadop166nd01.pdf (accessed September 26, 2011); and Meredeth A. Rowe et al., “Persons with Dementia Missing in the Community: Is It Wandering or Something Unique?” BMC Geriatrics 11 (2011): 28,

Resipiscenza ed ecologia dell’azione


Pochi giorni fa, ho letto un interessante articolo scritto dal Professore Fabio D’andrea, che nel commentare l’ennesima bagarre mediatica sull’ormai famoso art.18, riecheggiava all’ecologia dell’azione (http://ciottoli12.blogspot.com/2012/02/alla-corsara-2-democrazia-ed-ecologia.html?spref=fb).

Questo bellissimo concetto partorito dalla mente di Edgar Morin, che ritengo sia ormai candidato al titolo di eponimo per le future generazioni di sociologi, è secondo me, quanto più di immanente in questo periodo storico della società italiana.

Morin dice che, quando un’azione viene decisa e messa in atto, questa non segue necessariamente il progetto di chi l’ha pensata, ma si modifica a seconda dei contesti nei quali si realizza e può avere esiti inaspettati. Per questo, dice il filosofo sociologo, è sempre importante fare attenzione alle scelte che si fanno, tenendo conto del fatto che ogni azione è una scommessa, che va controllata mettendo in atto una strategia, per poter prontamente intervenire sulla stessa azione, cercando di riorientarla al fine di avere un esito positivo.

Purtroppo, i fatti quotidiani, ci dicono esattamente il contrario. Nessuno o pochi controllano le proprie azioni e specialmente chi ha l’obbligo (quantomeno) morale di farlo, parlo di persone autorevoli e che ricoprono incarichi le cui azioni hanno effetto sull’intera società.

Viviamo in una società multimediale, dove subiamo il bombardamento diuturno di informazioni di vario tipo. Le informazioni che riceviamo noi ogni giorno, sono pari a quelle che i nostri nonni forse ricevevano in una intera vita e questo può avere un doppio effetto negativo: da una parte troppa informazione ci rende indecisi e non permette la possibilità di approfondimento, rischiando di dare per scontato che l’autorevolezza della fonte (televisione, internet e cinema ormai sono ritenuti tali) legittimi anche la veridicità della notizia, da un’altra parte, tutto ciò che viene veicolato dai media, ha ormai assunto una veste scenografica e spettacolare con ambizione mitopoietica, che non favorisce certo l’ecologia dell’azione. L’azione viene mirata soprattutto al raggiungimento dell’effimero effetto mediatico e popolare, a dispetto dell’importanza dell’azione stessa e dei risultati che vengono prefissati.

Da questa riflessione, ne scaturisce immediatamente un’altra, molto più preoccupante e che a me personalmente provoca uno stato d’animo negativo.

La paura dell’impopolarità o del giudizio mediale, corrompe gli animi di molte persone, portandoli ad una sorta di apostasia con comportamenti di Paretiana memoria, illogicamente mirati ad ottenere il contrario di quanto voluto purché sembrino almeno popolari e quindi vendibili.

Per questo ogni giorno assistiamo a scene pietose, politici che cedono a pressioni e favoriscono o addirittura attuano comportamenti illeciti o poco chiari, insegnanti che si regolano in base agli umori dei genitori o degli stessi discenti, imprenditori che si adeguano alle richieste dei clienti, anche a costo della sicurezza dei propri dipendenti o delle opere che stanno per seguire ecc.

Sembra che a nessuno interessi il futuro o almeno che nessuno tema le conseguenze delle proprie azioni, ne metta in atto qualche strategia per riportarle sulla via giusta al fine di ottenere un risultato positivo in termini di benessere sociale.

La paura dell’impopolarità, porta inevitabilmente alla ricerca continua di alibi in forma parossistica e sinceramente, a mio parere, patetica.

Pochi hanno ancora il coraggio di prendere decisioni, impopolari ma giuste e questo sta portando la società in un baratro morale, una confusione che non giova a nessuno, neanche all’informazione che ottiene un effetto contrario. Il cittadino, fruitore dell’informazione, è sempre più disorientato, approssimativo, non approfondisce e non discute, con la negativa impressione che tanto, la verità o la cosa giusta non interessa a nessuno…forse proprio perché è impopolare! Questo potrebbe comportare un effetto boomerang, anche e soprattutto, per gli stessi sistemi mediatici e mediali, con una sorta di annichilimento della stessa informazione.

Credo che nell’attuale situazione, un atto di resipiscenza di ognuno, gioverebbe a tutta la società, per tornare ad essere più altruisti e generosi nelle cose di tutti i giorni, riportando in auge quell’antica onestà d’animo che ha caratterizzato i nostri padri fondatori e che sono fermamente convinto, sia ancora parte dell’imprintig di ogni italiano. Ecologia dell’azione per un ecologia morale che ci permetta di tornare ad essere Italiani!

Forze dell’Ordine e cittadini, un punto di vista alla luce dei recenti avvenimenti di cronaca.



Non intendo affrontare l’argomento dal punto di vista della devianza minorile, né discutere su cosa sarebbe accaduto qualora l’epilogo della vicenda avesse visto ribaltate le parti, lasciando ai veri esperti del settore i commenti e le diagnosi, ma credo che queste occasioni, siano spunto di riflessione su argomenti correlati, che ritengo di grande importanza anche se di più ampio respiro.

Ho avuto occasione, nel corso di molti anni passati in prima linea, di affrontare e studiare alcune problematiche relative allo sviluppo delle risorse umane, quale fattore di incremento della qualità del rapporto tra l’operatore delle forze di polizia ed il cittadino.

Con la definizione di cittadino, non mi riferisco solo al soggetto qualunque che viene in contatto con l’operatore delle forze dell’ordine per motivi di carattere ordinario ed in modo tranquillo, ma voglio intendere anche il cittadino che rientra nella fattispecie dei soggetti con comportamenti a rischio, siano essi vittime o autori di reati, comunque soggetti con i quali l’operatore deve stabilire una collaborazione, quindi anche soggetti in stato di alterazione mentale e così via.

Ho avvertito questa esigenza, già da molti anni, perché nella mia attività di tutti i giorni, mi sono reso conto che l’operatore di polizia, entra in contatto con situazioni eterogenee e con eventi psicologici che si sviluppano al di fuori delle sue previsioni e volontà. In questi casi, la prevenzione delle situazioni a rischio, è inevitabilmente connessa al modo in cui l’operatore entra in un contesto e si relaziona con l’altro.

La pratica professionale dell’operatore di polizia e gli studi in merito, hanno ormai sottolineato che, oltre alle caratteristiche attinenti al ruolo specifico, è necessario sapere gestire i propri momenti di crisi e le proprie difficoltà personali in relazione a specifiche caratteristiche del proprio lavoro.

In pratica, voglio dire che oggi, per ottenere una efficace performance dell’operatore di polizia, si deve considerare la necessità di sviluppare le capacità relazionali degli operatori, accompagnando alla normale attività formativa prevista, una strategia con-formativa che possa integrare il tradizionale e specifico addestramento.

Logicamente, non pretendo di dimostrare che esista un qualche tipo di approccio in grado di eliminare del tutto i pericoli, perché ci sono troppi fattori che concorrono a crearli, ma esistono sicuramente dei comportamenti, che riducono in maniera importante il livello di rischio.

Ultimamente, per motivi di studio, ho analizzato la reintroduzione del reato di oltraggio al pubblico ufficiale, inquadrato nell’art.341 bis del codice penale. Non ritengo utile disquisire sul reato reintrodotto, in quanto non è parte importante in questa discussione. Tuttavia, devo dire che è stato lo spunto che mi ha permesso di sviluppare in maniera approfondita, una richiesta, una proposta o semplicemente una riflessione ad alta voce, su problemi importanti che riguardano la professione di operatore delle Forze di Polizia.

Questo reato, mette al centro dell’attenzione la figura del pubblico ufficiale, tentando, in maniera alquanto ardua, di difenderne l’onore ed il decoro da parte delle eventuali offese arrecate dal cittadino. Quindi, qualcuno si è preoccupato, nel corso dei secoli, (considerato che è un reato già previsto dal codice zanardelli del 1889 e poi nel codice Rocco del 1930) di tutelare il pubblico ufficiale, ma nulla quaestio relativamente alle aspettative del cittadino circa il comportamento del pubblico ufficiale.

Una precisazione è d’obbligo, nel senso che sia il codice zanardelli, sia il nuovo reato di oltraggio a pubblico ufficiale, prevedono una esimente in relazione alla reazione del cittadino agli atti arbitrari del pubblico ufficiale.

A parte questo preambolo di natura squisitamente giuridica, vorrei invece parlare di quello che secondo la mia ricerca è emerso in relazione a questa problematica.

Il mio lavoro, si basa su alcuni studi effettuati sia in America che in Italia[1], relativamente alle capacità insite e determinanti nella gestione delle emozioni nella fase di approccio alle situazioni critiche da parte degli operatori delle forze dell’ordine.

Mi riferisco quindi ai concetti di resilienza e coping e dai conseguenti comportamenti degli operatori delle forze di polizia, che possono dare luogo a varie tipologie di approccio relazionale con il cittadino. Ho esaminato e preso in considerazione anche uno studio dell’FBI sul  significato psicologico delle uniformi ed ho per questo esaminato due modalità contrastanti di approccio, quali la sindrome di John Wayne e la comunicazione assertiva.

La premessa base di tutto il mio ragionamento è che da molti anni, ci si prodiga molto, per dotare gli eserciti e le forze di polizia di tanta, tantissima tecnologia, trascurando, o meglio non dando la giusta attenzione, a mio parere, alla parte più importante e cioè l’uomo, l’operatore di polizia.

Oggi è cambiata la percezione rispetto al significato di criminalità. Per il cittadino, adesso sono criminali anche quei comportamenti che non sono previsti come tali dal codice penale: gli atti di arroganza, di inciviltà, di aggressività anche verbale, tutte cose che oggi aumentano la diffusione della paura.

Le forze dell’ordine vengono chiamate continuamente per ogni tipo di episodio, la gente vuolela poliziavicina, sotto casa e pretende un intervento efficiente e tempestivo.

Se da una parte aumenta la richiesta di prossimità, di sicurezza partecipata, dall’altra parte, necessita un ulteriore sforzo per migliorare la risposta delle forze dell’ordine.

Il nostro è un lavoro che ci sottopone a condizioni emotive spesso destabilizzanti, dalla sparatoria per la rapina a mano armata, al meno rischioso intervento a seguito di suicidio, incidenti stradali mortali, persone in crisi e malati mentali, ma almeno per il momento, non esistono strumenti psicologici indispensabili per muoversi idoneamente in questi contesti.

Nelle situazioni che ho appena accennato, di alto impatto emotivo, la psicologia insegna che si subisce una destabilizzazione dell’equilibrio e del controllo emotivo e questo mette in crisi l’accesso ai modelli di risposta più istintivi al pericolo e di conseguenza a quelli appresi in fase di addestramento[2].

Per poter rispondere adeguatamente alle richieste sempre più emotivamente impattanti da parte dei cittadini, gli operatori delle forze dell’ordine devono essere messe in grado di avere le giuste conoscenze psicologiche per la gestione delle proprie emozioni e la capacità di comunicare in maniera adeguata con il cittadino specialmente quello in crisi.

Alcuni operatori di polizia, hanno un innato autocontrollo e questo l’ho sperimentato sul campo, ma ho anche verificato il contrario, quindi a mio avviso, non si può fare affidamento sul buon senso o sulle capacità personali di ogni operatore, ma bisogna dotarlo di quella che io chiamo RAM delle emozioni.

Questa ipotesi, è suffragata specialmente da alcuni studi americani, soprattutto dell’FBI. In Italia, si inizia ora a parlare di questi argomenti, ma per adesso non mi risultano proposte a breve termine e questa affermazione mi deriva dalla ricerca che ho effettuato durante questi anni.

Una sola persona, ha affrontato questo argomento sin dal 1997, una Psicologa Criminologa DottoressaSimonetta Garavini, che ha aperto il viatico di questi studi ed è la sola in assoluto ad averne avuto l’intuizione. Con lei, negli anni citati, ho avuto il piacere di iniziare una serie di seminari nelle scuole dell’Arma dei Carabinieri, tutti seguiti con grande entusiasmo da parte degli allievi, soprattutto per la metodologia improntata in parte sul role play e con plauso della scala gerarchica. La sperimentazione venne interrotta dopo circa due anni senza alcun motivo particolare, ma forse i tempi non erano ancora maturi o mancavano le risorse per continuare il discorso. C’è da dire che proprio negli anni novanta iniziava ad entrare nell’ambiente militare e di polizia la psicologia, ricordiamo il 1993 per l’Arma dei Carabinieri e successivamente le altre forze di polizia.

Alcuni importanti studi iniziano ad avanzare in questi ultimi anni, specialmente a seguito di gravi fatti accaduti in territori stranieri, nelle missioni di pace dei nostri soldati. Dopo alcuni errori e strane risposte comportamentali da parte dei militari inviati in teatri di guerra, anche appartenenti ai Carabinieri, si è iniziato a valutare l’ipotesi di danni psicologici riportati dagli operatori e come fare per evitarli o almeno limitarli.

Si è quindi parlato a lungo di resilienza e coping, due concetti importanti che hanno aperto il viatico del ragionamento psicologico. La resilienza, che è un termine rubato alla fisica dei materiali, è intesa come la capacità di ogni persona di ritornare allo stato originario dopo un evento critico, mentre il coping, significa far fronte, fronteggiare un evento esterno ritenuto superiore alle proprie risorse, potremmo dire quindi, il controllo delle emozioni in situazioni stressanti.

In poche parole, riuscire a sviluppare quella capacità di richiamare alla mente una esperienza positiva, senza soffermarsi sulle valutazioni negative legate alla paura, in modo da mantenere la percezione del controllo della situazione, migliorando la performance e la resilienza. Un addestramento allo stress attraverso la capacità di trasformare i pensieri negativi in positivi[3].

Parlare di emozioni per chi indossa la divisa risulta ancora un impresa ardua. La cultura informale delle forze di polizia scoraggia la libera espressione dei sentimenti. Del resto anche l’aspettativa sociale in questo senso è abbastanza diffusa, il poliziotto deve mostrare distacco e controllo delle proprie emozioni, i cittadini, si aspettano che gli operatori di polizia si comportino in modo stereotipato, mostrandosi forti in situazioni difficili senza mai manifestare i propri sentimenti. Da qui, si sviluppano delle errate interpretazioni del ruolo da parte degli stessi operatori. Il poliziotto deve essere duro, distaccato, difensore della logica della giustizia, oggettivo e la professione del poliziotto è considerata un lavoro che può essere svolto solo da un uomo armato che combatte il crimine.

Da questa considerazione, che si attaglia perfettamente anche in Italia, gli americani verso la fine degli anni ottanta, hanno effettuato uno studio relativo alla cosiddetta Sindrome di John Wayne. Il loro studio partiva da una constatazione circa l’atteggiamento dei loro poliziotti. La sindrome di John wayne consiste in un indurimento emotivo, caratterizzato da autoritarismo, freddezza, cinismo, eccessivo distacco. In poche parole, troppa concentrazione sulla propria persona, che comporta mancanza di flessibilità verso il cittadino e difetto della comunicazione che inevitabilmente nella stragrande maggioranza dei casi, porta a situazioni che possono sfociare nell’oltraggio a pubblico ufficiale oppure a cose ben peggiori, riscontrabili anche in questi ultimi giorni, sia per l’operatore sia per il cittadino.

Ognuno di noi ha consapevolezza di questo problema, o per esperienza personale o per esperienze riportate da amici e da parenti. Ogni volta che sento persone che sono incappate in queste situazioni, percepisco il danno sociale arrecato da questi comportamenti. Il distacco che si crea tra il cittadino amareggiato da esperienze negative e le forze dell’ordine crea un danno a tutto il meccanismo della sicurezza e della giustizia, innescando immotivati risentimenti verso tutta la categoria, che possono essere prodromici di comportamenti prevenuti da parte di fasce sociali più a rischio, che spesso sfociano in aggressioni o, in casi più fortunati in semplici ingiurie.

La mia proposta nasce quindi da esperienze interne ed esterne all’ambito delle forze di polizia, non ho mai conosciuto un Carabiniere o un poliziotto che avesse a priori atteggiamenti ostili verso il cittadino, ma durante la quotidiana attività qualcosa a volte non va e l’operatore di polizia si comporta in maniera anomala o avulsa dalle aspettative del cittadino. Quindi ritengo che un adeguato addestramento di tipo psicologico, mirante a fornire l’operatore di strumenti idonei per poter controllare le proprie emozioni e le situazioni di crisi, nonché l’introduzione dello studio delle tecniche di comunicazione possa migliorare la risposta delle forze dell’ordine e di conseguenza sviluppare una adeguata risposta in termini di collaborazione da parte dei cittadini che sfocerebbe in un maggior grado di sicurezza per tutti.

Francesco Caccetta*

[1] Sugli studi compiuti dalla Psicologa Criminologa DottoressaSimonetta Garavini;

[2]Garavini Simonetta, Psicologia, efficienza e sicurezza, Rivista Militare, 12/2008, pag.66

[3] [3]Garavini Simonetta, Psicologia, efficienza e sicurezza, Rivista Militare, 12/2008, pag.66

*Dott. Francesco Caccetta Luogotenente dei Carabinieri Laureato in Scienze per l’investigazione e la sicurezza Grafologo della consulenza peritale, esperto di Criminologia e tecniche investigative avanzate.